La stagione delle inchieste, dalla rete idrica a “eventopoli”: la Procura entra nelle stanze del potere
L’ultimo ad essere finito sotto inchiesta, come rivela in esclusiva oggi Grandangolo, è l’ex sindaco di Agrigento Franco Miccichè al quale vengono contestati i reati di corruzione e turbata libertà degli incanti per alcuni affidamenti diretti durante la sua amministrazione. Ma la lista di politici, imprenditori e burocrati al centro delle “attenzioni investigative” è ormai lunga ed il messaggio – al netto della presunzione di innocenza e di una fase in alcuni casi ancora preliminare – è chiarissimo. La Procura di Agrigento ha acceso i riflettori sulla “cosa pubblica”, sulla gestione di soldi, finanziamenti e contributi non sempre limpida e sui rapporti “opachi” tra politica, imprenditoria e burocrazia. In un anno e mezzo l’ufficio guidato dal procuratore Giovanni Di Leo ha messo nel “mirino” una decina di gare d’appalto, in taluni casi milionarie, ma anche eventi, manifestazioni culturali, sponsorizzazioni. E la sensazione è che ci siano ancora molti “filoni” aperti che potrebbero portare ad ulteriori sviluppi.
Tutto è cominciato nel maggio dello scorso anno quando la notizia di perquisizioni a tappeto nelle sedi di alcune ditte e imprese edili di Favara (e non soltanto) è rimbalzata per tutto il giorno senza tuttavia registrare (apparentemente) importanti sussulti. E, invece, il colpo di scena c’è stato. E anche piuttosto clamoroso. È la genesi di quella che diventerà nota come l’inchiesta “Appalti e mazzette”: una mezza dozzina di gare pubbliche sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti, una (presunta) associazione a delinquere al cui vertice ci sarebbe stato l’ex assessore e deputato regionale Roberto Di Mauro, intrecci “pericolosi” tra politica e imprenditoria che avrebbe portato addirittura all’ “inquinamento” delle elezioni del Libero Consorzio di Agrigento. Per questa vicenda la Procura ha notificato l’avviso di conclusione indagini nei confronti di 32 indagati e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio. Ecco nell’ultimo anno e mezzo gli appalti e le manifestazioni finite sotto la lente di ingrandimento della Procura di Agrigento.
La rete idrica di Agrigento
L’inchiesta della procura su un giro di tangenti per pilotare le gare pubbliche ha messo nel mirino la madre di tutti gli appalti: il rifacimento della rete idrica di Agrigento. Si tratta di una prima tranche di lavori per un importo di 37 milioni di euro con Aica, l’azienda idrica dei comuni agrigentini, che risulta essere la stazione appaltante. Per la procura di Agrigento, infatti, l’appalto della rete idrica sarebbe stato in qualche modo “pilotato” grazie alla complicità di dirigenti e funzionari pubblici agrigentini e assegnato ad un consorzio di imprese che non soltanto sarebbe risultato inidoneo ad assicurare la concreta esecuzione dei lavori ma non avrebbe avuto neanche i requisiti economici e aziendali per affrontare un lavoro di tali dimensioni. Ma non è finita qui. Per gli inquirenti guidati dal procuratore capo Giovanni Di Leo, inoltre, ci sarebbe stata in atto una frode in pubbliche forniture attraverso l’effettuazione di lavori parziali (peraltro con gravi ritardi) eseguiti tramite subappalti mai autorizzati e in totale violazione della legge.
Eventopoli
Associazioni culturali senza scopo di lucro che gestivano montagne di soldi pubblici, attraverso istanze di finanziamento pagate tanto dalla Regione quanto dal Comune di Agrigento, che però finivano direttamente (o indirettamente) nelle disponibilità del deputato di Fratelli d’Italia Calogero “Lillo” Pisano sia per usi personali che per finalità di sostegno politico mediante la sottoscrizione di tessere del partito, spese o attraverso postepay intestate ad altri ma in realtà in uso allo stesso parlamentare. È il pesantissimo atto di accusa della Procura di Agrigento che, con il procuratore capo Giovanni Di Leo ed il sostituto Elettra Consoli, ha chiesto l’arresto dell’onorevole per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di più fatti di peculato e truffa. La “bomba”, esplosa già nel marzo scorso, è definitivamente deflagrata con la notifica di un atto a comparire davanti al gip Michele Dubini per rendere l’interrogatorio preventivo. Ad altri cinque indagati, oltre allo stesso Pisano, viene contestato il reato associativo: si tratta dell’ex assessore alla cultura, e odierno consigliere comunale, Costantino Ciulla, 38 anni; all’ex amministratore del Distretto Turistico Valle dei Templi”, Fabrizio La Gaipa, 51 anni; all’ex direttore generale della Fondazione Teatro Pirandello, Salvo Prestia, 52 anni; all’ex autista del deputato Pisano nonché socio fondatore dell’associazione Centro Europeo Ricerca e Sviluppo, Tonino Migliaccio, 38 anni, e Calogero Casucci, 34 anni, ex dipendente cn contratto part-time della Fondazione Teatro Pirandello e rappresentate legale dell’associazione culturale Acamante. Nella lista degli indagati compaiono altre sei persone: si tratta di Giuseppe Librizzi, 63 anni, dirigente dell’assessorato regionale al Turismo; Antonino Insalaco, 59 anni, dirigente al turismo del Comune di Agrigento (per questi ultimi due è stata chiesta l’applicazione di una misura interdittiva ndr); Antonio Migliaccio, 39 anni, ex autista dell’onorevole Pisano; Laura Cozzo, 46 anni, moglie dell’ex direttore generale della Fondazione Teatro Pirandello Salvo Prestia; Vincenzo Abate, 71 anni, direttore dell’Accademia musicale “Free Melody”; Melany Palasciano, 37 anni, cognata dell’ex autista di Pisano, socia dell’associazione culturale Centro Europeo Ricerca e Sviluppo di cui è stata amministratrice dal 2021 al 2024; Claudio Alfano, 30 anni, titolare della omonima ditta individuale specializzata in informatica. Le indagini – condotte sul campo dalla sezione della polizia giudiziaria nonché dai carabinieri Nucleo Investigativo di Agrigento – hanno riguardato (almeno nella prima parte) la gestione dei finanziamenti pubblici erogati dalla Regione e dal Comune della Città dei templi al Distretto turistico Valle dei Templi e alla Fondazione Teatro Pirandello. Nel “mirino”, in particolare, le manifestazioni racchiuse nel cartellone “Destinazione Agrigento, Costa del Mito, Natale 2022”. I pm, si legge nell’atto di accusa, avrebbero accertato l’esistenza di una rete di rapporti tra soggetti pubblici e privati in cui i primi garantivano che i contributi arrivassero all’Ente che venivano poi affidati a persone “vicine” o legate da rapporti di “militanza politica”. Per la Procura di Agrigento siamo davanti ad un “sistema” caratterizzato da favori e scambi di natura clientelare tali per cui il soggetto politico riusciva poi ad ottenere un tornaconto sia di natura elettorale che economico vero e proprio. L’attività di indagine, oltre ad una analisi dei movimenti bancari e alle intercettazioni, si è arricchita poi con le dichiarazioni di uno degli indagati che – davanti ai pm – ha confermato che prima di ogni manifestazione culturale ci si riuniva per studiare “a tavolino” quanto e a chi dovesse andare il denaro. Invero, sostiene la Procura di Agrigento, i soldi pubblici finivano nei conti privati degli indagati e, infine, nella carta in uso al deputato di Fratelli d’Italia. In questi mesi, come raccontato ieri da Grandangolo, l’indagine si è allargata facendo emergere altri profili di reato: una (presunta) mazzetta di 2.500 euro l’affidamento dello spettacolo conclusivo dell’ultima edizione del Mandorlo in Fiore e il pagamento (con i soldi della Fondazione Teatro Pirandello, dunque pubblici) di una fattura “falsa” per la “bonifica” dei cellulari dell’ex direttore generale dell’Ente e della moglie. Ma, al netto della pesante contestazioni di associazione a delinquere mossa ai già sopracitati sei indagati, quali sono gli altri reati ipotizzati? Un episodio di truffa viene contestato a Pisano, Librizzi, La Gaipa e Casucci. Nello specifico, secondo la Procura di Agrigento, La Gaipa avrebbe predisposto una richiesta di finanziamento di 200 mila euro (pari al 50% delle spese del programma “Costa del Mito”) impegnandosi a provvedere con risorse proprie (quelle del Comune di Agrigento) a farsi carico dell’altra metà dei soldi mediante una falsa rappresentazione dei costi e delle attività da finanziare; La Gaipa e Casucci avrebbero presentato alla Regione rendiconti incompleti utilizzando falsi documenti contabili presentati poi al Comune di Agrigento – ad esempio per il concerto di Achille Lauro per il capodanno 2023 – effettuando tutti i pagamenti in data successiva all’ottenimento del contributo. Il tutto – sempre secondo la tesi dei pm agrigentini – grazie all’aiuto dei funzionari pubblici Lillo Pisano, consapevole delle modalità di erogazione dei fondi, del dirigente Librizzi, che avrebbe omesso ogni tipo di verifica e controllo, facendo così cadere in inganno la Regione che ha pagato le spese. Un altro evento finito nel “mirino” della Procura è la manifestazione “Xenia Akragantos”: per i pm agrigentini sarebbero state presentate rendicontazioni fasulle o documenti contabili alterati quali fatture fatture (14.800 dall’associazione Akragas Bike o 15.300 euro dall’associazione Segnali o 16 mila euro dall’associazione Carosello) con allegati a spese sostenute da altri soggetti o rendicontate dalla Fondazione Teatro Pirandello effettuando i pagamenti in data successiva all’effettivo ottenimento del contributo. Al dirigente Librizzi vengono anche contestate due ipotesi di falso: una relativa alla manifestazione “Destinazione Agrigento – Costa del Mito” e l’altra al progetto “Xenia Akragantos”. Per quest’ultima manifestazione viene contestata una ipotesi di truffa al deputato Pisano, all’ex assessore Ciulla, all’ex direttore generale Prestia e al dirigente comunale Insalaco. Quest’ultimo avrebbe omessi ogni tipo di verifica della documentazione, Ciulla avrebbe inviato l’atto di indirizzo con le attività di interesse, Pisano sarebbe stato consapevole dello stanziamento dei fondi e Prestia avrebbe predisposto una richiesta di finanziamento di 135 mila euro. Parte del finanziamento, sempre secondo la Procura di Agrigento, sarebbe finita nelle tasche dei soggetti mediante il ricorso di associazione sulla carta autonome ma riconducibili al Prestia.
L’appalto “San Leone in sicurezza”
Un altro appalto finisce nel mirino della Procura di Agrigento. Dopo quello della rete idrica e del rifacimento della strada Mosella adesso è la volta dell’appalto – dall’importo di circa 250 mila euro – denominato “San Leone in sicurezza” che riguarda l’installazione di impianti di video sorveglianza sia nel quartiere balneare che nel centro della Città dei Templi. L’inchiesta ipotizza i reati di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e subappalto illecito o non autorizzato in materia di pubblica amministrazione. Sotto inchiesta finiscono 6 indagati tra dirigenti comunali, funzionari e imprenditori. Si tratta di Alberto Avenia, 66 anni, ex dirigente del Comune di Agrigento oggi a Favara; Gaspare Triassi, 62 anni, funzionario comunale; Gerlando Trupia, 42 anni, ingegnere dipendente comunale in servizio ai lavori pubblici; Angelo Sciumè, 44 anni, di Favara, imprenditore; Giovanni Pitruzzella, 50 anni, titolare di un’impresa; Vincenzo Burceri, 59 anni, geometra dipendente del Comune anche lui in servizio al settore lavori pubblici. I fatti risalgono al periodo compreso tra il dicembre 2024 ed il marzo 2025. Il procuratore capo Giovanni Di Leo ed il sostituto procuratore Elettra Consoli hanno chiesto (e notificato agli indagati ndr) una proroga delle indagini fino a marzo 2027. L’inchiesta, condotta sul campo dai carabinieri, riguarda l’appalto relativo all’installazione di impianti di sorveglianza ad Agrigento per prevenire e contrastare i fenomeni di criminalità diffusa e predatoria. Le somme sono state messe a disposizione dal Ministero dell’Interno e il Comune di Agrigento – nel 2022 – ha partecipato all’iniziativa con richiesta di finanziamento. Quest’ultimo veniva concesso alla fine del 2024 con il Comune che, a seguito di gara, affidava l’appalto ad una società di Roma che, a sua volta, ha indicato come consorziata esecutrice una ditta di Favara. Adesso la Procura di Agrigento contesta la turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, che è un reato che richiede il dolo e si manifesta prima che la gara si svolga, durante la creazione delle regole o del bando – e subappalto illecito o non autorizzato in materia di pubblica amministrazione che punisce chi “avendo in appalto opere riguardanti la pubblica amministrazione, concede anche di fatto, in subappalto o a cottimo, in tutto o in parte, le opere stesse, senza l’autorizzazione dell’autorità competente”.
L’appalto della Mosella
La vicenda è quella legata all’appalto di oltre tre milioni di euro dei lavori per la manutenzione straordinaria della strada Mosella, importante arteria che collega la SS640 alla SS115. I poliziotti della Squadra mobile di Agrigento, guidati dal vicequestore Vincenzo Perta, hanno eseguito delle perquisizioni all’alba di lunedì sequestrando cellulari e computer. Nove le persone raggiunte da decreto di perquisizione e contestuale avviso di garanzia: tre imprenditori, due funzionari comunali, due professionisti e due dipendenti di imprese utilizzati come “prestanome” per una nuova società creata ad hoc. Si tratta degli imprenditori favaresi (tutti difesi dall’avvocato Giuseppe Barba) Antonino Milioti, 46 anni, Dino Caramazza, 45 anni, Federica Caramazza, 37 anni; Calogero Valenti, 50 anni, anche lui di Favara, dipendente dell’impresa di Caramazza (difeso dall’avvocato Silvana Calà). Tra gli indagati ci sono anche due funzionari del Comune di Agrigento: l’architetto Gaspare Triassi, 63 anni (difeso dall’avvocato Giuseppe Scozzari), e Vincenzo Galletto, 66 anni (difeso dall’avvocato Stefano Catuara). Infine nella lista compaiono anche l’ingegnere Salvatore Castaldo, 51 anni (difeso dall’avvocato Angelo Farruggia), l’architetto Alessandro Rizzo, 43 anni (difeso dall’avvocato Davide Casà), e Giovanna Palillo, 30 anni, dipendente dell’imprenditore Milioti ma titolare a sua volta di un’altra impresa (difesa dagli avvocati Giuseppe Barba e Daniela Principato). Al centro dell’inchiesta, come detto, c’è l’appalto di 3.2 milioni di euro per la manutenzione straordinaria della strada Mosella. L’appalto è stato aggiudicato dalla Andiva srl, una società che per i pm agrigentini sarebbe stata costituita ad hoc dagli imprenditori favaresi e intestata a due prestanome (Palillo e Valenti ndr). La Andiva ha partecipato alla gara d’appalto insieme ad altre due imprese – la EdilRoad dei Caramazza e la Cargroup di Milioti – aggiudicandosi i lavori lo scorso 16 febbraio. Per gli inquirenti dietro la Andiva ci sono i Caramazza e Milioti che, intestando la nuova società a dei prestanome, avrebbero ottenuto la gara sotto fittizia identità al fine di eludere indagini in materia di normativa antimafia ed eventuali misure di prevenzione. Il reato di turbata libertà degli incanti viene contestato a Milioti, Dino e Federica Caramazza, Calogero Valenti, Giovanna Palillo (a questi anche il reato di trasferimento fraudolento di beni ndr) e al funzionario comunale Gaspare Triassi. A quest’ultimo, insieme al collega Vincenzo Galletti, viene mossa anche l’accusa di truffa aggravata per le erogazioni pubbliche. Secondo i pm, infatti, avrebbero “alterato”dolosamente il computo metrico relativo alla bitumazione della strada per oltre 400 mila euro inducendo così in errore la stazione appaltante (vale a dire il Comune di Agrigento ndr) e ottenere vantaggi di natura economica per sé e altri. All’ingegnere Salvatore Castaldo, incaricato dalle imprese quale direttore dei lavori, e all’architetto e cognato Alessandro Rizzo viene contestato il reato di induzione indebita a dare o promettere denaro o utilità. Per la Procura di Agrigento il primo, nonostante sapesse delle “irregolarità” della Andiva dietro alla quale ci sarebbero stati i Caramazza e Milioti, avrebbe appositamente ritardato gli ordini di servizio e le lavorazioni necessarie in cambio di una consulenza di oltre 100 mila euro in favore del cognato Rizzo.
La strada Salaparuta-Santa Margherita Belice
Tra gli appalti finiti nel mirino dell’ufficio guidato dal procuratore capo Giovanni Di Leo vi è, ad esempio, quello relativo alla manutenzione straordinaria e alla ristrutturazione della viabilità della strada provinciale 19 “Salaparuta-Santa Margherita Belice”. Un’opera interamente finanziata dal Ministero dei Trasporti con 2.3 milioni di euro che sarebbe stata “pilotata” – dietro il pagamento di una maxi tangente a dirigenti pubblici – in favore della famiglia Caramazza e dell’ex assessore Luigi Sutera Sardo. Per la procura di Agrigento ci sarebbe stato il pagamento di una tangente di 120 mila euro che gli imprenditori favaresi avrebbero consegnato nelle mani del dirigente licatese Maurizio Giuseppe Falzone, dirigente del settore affari pubblico del Libero Consorzio di Trapani, tramite l’intermediazione dell’attuale capo dell’ufficio tecnico del comune di Licata, l’architetto Sebastiano Alesci. A tutti viene contestato il reato di corruzione in concorso e turbativa d’asta. L’architetto Alesci – secondo gli inquirenti – avrebbe infatti “suggerito” al dirigente Falzone i punteggi e i valori da assegnare all’appalto al fine di pilotarlo in favore della ditta “EdilRoad”. Lo stesso Alesci, inoltre, avrebbe poi ricevuto il denaro dai Caramazza per portarlo – in più tranche – al dirigente del Libero Consorzio. Ed è proprio per questo flusso anomalo di denaro contante, utilizzato per pagare le tangenti, che viene contestato il reato di ricettazione a Carmela Moscato, madre di Diego e Federica Caramazza. Per la procura, infatti, la signora avrebbe custodito in casa il denaro di provenienza illecita utilizzato poi dalla società dei figli per corrompere i dirigenti pubblici.
La strage di Ravanusa nell’inchiesta appalti e mazzette: lavori “gonfiati” in cambio di un’auto al dirigente comunale?
Cinquemila euro in contanti quale anticipo per l’acquisto di un’auto al figlio del dirigente comunale in cambio dell’aumento del valore dei lavori per la ricostruzione post-esplosione. La strage di Ravanusa, la terribile deflagrazione avvenuta nel dicembre 2021 che provocò la morte di 9 persone (10 con un bimbo in grembo della giovane madre deceduta ndr), entra nell’inchiesta “appalti e mazzette”. La Procura di Agrigento ha notificato negli scorsi giorni l’avviso di conclusione indagini nei confronti di 24 persone e 8 imprese edili sostenendo l’esistenza di un “sistema” in grado di pilotare gli appalti pubblici attraverso le tangenti. Tra le tante ipotesi di corruzione vi è anche quella relativa ai lavori di ripristino delle coperture e delle pareti per il crollo degli edifici in via Trilussa, nel quartiere letteralmente raso al suolo dall’esplosione. I protagonisti di questa vicenda sono il superburocrate Sebastiano Alesci, già dirigente comunale, il funzionario Vittorio Giarratana e gli imprenditori Caramazza (Dino è stato arrestato due volte nell’ultimo mese per vicende analoghe ndr). A tutti viene contestato il reato di corruzione aggravata. Per la Procura di Agrigento, infatti, gli imprenditori favaresi avrebbero corrotto il dirigente Alesci con una mazzetta di 5 mila euro in contanti, quale “anticipo” per l’acquisto di un’auto Mitsubishi poi intestata al figlio del dirigente comunale, in cambio dell’aumento del valore dei lavori affidati alla Cargroup srl. Tutti i passaggi vengono monitorati dai poliziotti della Squadra mobile di Agrigento. Una volta pagata la tangente, infatti, Caramazza inviava un computo metrico per ulteriori lavori prima al dirigente Alesci (il 19 settembre 2022) e poi al funzionario Giarratana (il 18 ottobre 2022) con un aumento di 56.382 euro rispetto alla stima iniziale. L’importo – scrivono i pm nell’atto di accusa – veniva “pedissequamente recepito” dal Giarratana nel computo metrico a sua firma, trattandosi di un atto a sua firma, e poi dall’Alesci nella determina dirigenziale del 7 novembre 2022. L’appalto, il cui importo in origine era di 200 mila euro, passò a 256.382 euro. Per la Procura di Agrigento ci fu una “violazione dei doveri di correttezza e lealtà con una commistione tra controllati e controllori”.
L’impianto di compostaggio a Ravanusa
Oltre venti milioni di euro per la realizzazione di un impianto di trattamento dei rifiuti nella zona industriale di Ravanusa. C’è anche il maxi appalto per la costruzione del Centro raccolta di rifiuti tra quelli finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Agrigento che ipotizza un sistema di corruzione e tangenti finalizzata a pilotare le gare pubbliche. Lavori – quelli banditi dal comune di Ravanusa – in realtà mai effettivamente iniziati, motivo per il quale sono state diverse le segnalazioni dell’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione. Ed è questo lo spunto investigativo. Quattro le persone indagate per questo specifico appalto: Sebastiano Alesci, 67 anni, dirigente dell’Ufficio tecnico comunale di Licata; Vittorio Giarratana, 52 anni, di Ravanusa, dirigente del settore lavori pubblici; Rosaria Bentivegna, 67 anni, e Antonio Belpasso, 38 anni, rispettivamente amministratore unico e responsabile tecnico della “BE.I.CO”, la società che si è aggiudicata poi l’appalto. L’accusa è quella di turbata libertà degli incanti in concorso. Secondo la procura di Agrigento, in particolare, Alesci (che era il Responsabile del procedimento) avrebbe omesso di richiedere in tempo utile la valutazione sulla assoggettabilità del progetto a V.I.A, pubblicato il bando di gara “ritenuto poco trasparente” sull’albo pretorio e indicato l’appalto come “urgente” e con una tempistica ristretta che non rispettava i cosiddetti canoni di proporzionalità ma – soprattutto – avrebbe inserito nell’appalto dei parametri tali da far rientrare la società “Be.i.Co” tra le ditte in possesso dei requisiti e che, allo stesso tempo, imponessero la condizione di poter subappaltare i lavori. La gara d’appalto veniva effettivamente aggiudicato dalla società in questione, peraltro unico soggetto offerente.
L’hotel di lusso a Licata e le imprese da far lavorare
Ditte e maestranze ritenute “amiche” da imporre all’impresa – magari in subappalto – che era stata già incaricata per la realizzazione di un complesso turistico-alberghiero di lusso a Licata. Emerge anche questo ulteriore dettaglio nella maxi inchiesta, coordinata dalla procura di Agrigento guidata da Giovanni Di Leo, ormai nota alle cronache come “Appalti e mazzette”. Ne sono convinti gli investigatori della Squadra mobile di Agrigento, agli ordini del vicequestore Vincenzo Perta, che da ormai diversi mesi monitorano senza sosta – anche con l’uso dei più avanzati strumenti tecnologici – i personaggi ritenuti parte integrante di un “sistema” politico-imprenditoriale in grado di pilotare gare pubbliche e private. Tra questi vi è indubbiamente l’architetto Sebastiano Alesci, già a capo dell’Ufficio tecnico comunale. Ed è proprio il potente burocrate licatese il protagonista di questa vicenda – in cui viene ipotizzata una induzione indebita a dare o promettere utilità – e che vedrebbe anche la partecipazione in concorso dell’ex assessore del Comune di Licata, Maria Sitibondo e della progettista Francesca Laterra. Siamo nel febbraio scorso, neanche tre mesi addietro. I poliziotti monitorano utenze e auto di Alesci, che si trova in compagnia dell’assessore comunale, e registrano un incontro con il direttore dei lavori del cantiere in cui dovrà sorgerà un hotel di lusso. L’oggetto della discussione – che sembrerebbe interessare anche l’assessore – sono alcuni lavori riguardanti gli impianti idraulici, sanitari e idrici. Opere che, a detta del direttore dei lavori, sono già state appaltate ad altra ditta. L’idea del dirigente e dell’assessore – secondo la ricostruzione degli investigatori – è quella di imporre e inserire un’impresa ritenuta “vicina” in subappalto (“Io ti do tutte cose .. tu ti devi solo preoccupare di farli lavorare”). Concluso il sopralluogo in cantiere Alesci e l’assessore risalgono in auto e commentano quanto appena accaduto: “Sa quello che deve fare.. sveglia.. se non vogliono rotture di scatole..”.
La riqualificazione dello stadio Dino Liotta di Licata
I lavori erano stati formalmente aggiudicati da una ditta leccese ma in realtà a svolgerli – attraverso un subappalto non autorizzato – è stata un’impresa di Favara. Tra le gare d’appalto finite nel mirino della procura di Agrigento c’è anche quello relativo alla riqualificazione dello storico stadio “Dino Liotta”. Anche in questo caso, così come in tanti altri, il protagonista della vicenda è Sebastiano Alesci, potente dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Licata. Il burocrate è accusato di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio e per aver violato le leggi in materia di subappalti. Quest’ultima contestazione è mossa anche a due imprenditori: Alessandro D’Amore, titolare della ditta leccese aggiudicataria (almeno sulla carta) dell’appalto e Alessandro Vetro, amministratore dell’impresa di Favara che in realtà li ha eseguiti. Si tratta di una gara di appalto di quasi 300 mila euro che prevedeva la manutenzione ordinaria delle tribune, la riqualificazione del campo di calcio e la ristrutturazione degli spogliatoi. Per la Procura di Agrigento, Alesci avrebbe affidato in subappalto i lavori alla ditta favarese circa un anno prima della ratifica dell’autorizzazione – prevista per il settembre 2025 – permettendo così all’imprenditore di presentare lo stato di avanzamento dei lavori e incassare la somma. Al riguardo emerge anche un episodio, così ricostruito da inquirenti e investigatori, che configurerebbe appunto il reato di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio: il dirigente comunale avrebbe suggerito all’imprenditore di Favara di portare parte del manto erboso dello stadio Dino Liotta – due rotoli di erba sintetica lunghi 60 metri – a casa di un’amica del capo dell’ufficio tecnico così retribuendolo atteso che l’esecuzione dei lavori in subappalto (non ancora autorizzato) era già in corso da quasi un anno.
L’acquisto dei mezzi per la raccolta rifiuti a Licata e Ravanusa
Il reato ipotizzato in questa vicenda è “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente” e viene contestato all’ex super burocrate Sebastiano Alesci e all’imprenditore Raffaele De Sio, procuratore di una società di Salerno. Al centro del caso c’è l’acquisto di un mezzo scarrabile, per un valore di 175 mila euro (la soglia di limite è 140 mila euro ndr), destinato alla raccolta differenziata nel Comune di Ravanusa. Per la Procura di Agrigento i due indagati avrebbero turbato il procedimento amministrativo predisponendo gli atti in maniera tale da “confezionare” il bando su misura in favore della Omnitech che poi realmente otteneva l’affidamento nel settembre 2024. Analogo episodio sarebbe avvenuto anche a Licata, sempre per l’acquisto di mezzi per la raccolta dei rifiuti, per un importo complessivo di 190 mila euro.
Articolo pubblicato su Grandangolo Agrigento.

