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Giuseppe Castaldo è il nuovo direttore di Grandangolo: “Una storia che continua, custodi della sua visione”

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Giuseppe Castaldo è il nuovo direttore di Grandangolo. Giornalista professionista,  iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 2017, raccoglie il testimone del padre – Franco Castaldo – che ci ha lasciati lo scorso 21 ottobre. Giuseppe Castaldo, 36 anni, laureato in Scienze delle Comunicazioni e in Scienze Politiche, da anni si occupa della sezione giudiziaria di Grandangolo. Inizia il suo percorso di praticantato proprio nel giornale fondato dal padre per poi firmare diverse inchieste per il mensile “S”, casa editrice “novantacento”. Nel mezzo anche l’esperienza televisiva con “Ultima Tv” di Catania e poi il passaggio a “LiveSicilia”, giornale per il quale è stato corrispondente per la provincia di Agrigento. Diverse le collaborazioni esterne con la trasmissione “Mi Manda Rai Tre” dove si è occupato del famoso scandalo delle “104” o della maxi truffa del “finto cardinale”. Castaldo adesso assume la direzione di Grandangolo. 

Ecco le sue parole: “Assumere la direzione di Grandangolo, a dieci giorni dalla scomparsa di mio padre, è una responsabilità che oggi si intreccia con il dolore più grande. Non è soltanto un passaggio di consegne, né una nomina che si possa annunciare come tante altre. È raccogliere un’eredità umana e professionale che ha segnato profondamente la mia vita, quella della mia famiglie e di una redazione intera. È provare a dare continuità a un progetto che porta la sua firma, la sua visione, il suo modo di intendere il giornalismo. Mio padre ha fondato questa testata 22 anni fa e l’ha fatta crescere con la determinazione, la passione e il coraggio che hanno contraddistinto il suo percorso. È stato una delle grandi firme che la Sicilia ricordi, un uomo che ha fatto della ricerca della verità una ragione di vita e del giornalismo uno strumento per comprendere, raccontare e, quando necessario, denunciare. Grandangolo è stato il luogo in cui ha tradotto tutto questo in un progetto concreto, costruendo negli anni una realtà capace di conquistare credibilità, rispetto e autorevolezza. Pensare di emularlo sarebbe impossibile. E forse non è nemmeno questo il compito che mi attende. Nessuno può sostituire una persona per ciò che è stata, per il suo carattere, per il suo intuito, per la sua capacità di leggere la realtà e di andare oltre le apparenze. Il mio compito è un altro: preservare il suo nome, mettere in pratica i suoi insegnamenti e fare in modo che ciò che ha creato continui a vivere, senza perdere la propria identità. È una responsabilità che sento profondamente, soprattutto nei confronti di chi, in questi anni, ha condiviso con lui un pezzo di strada. Mio padre era orgoglioso della sua redazione. Amava ricordare, anche senza bisogno di dirlo apertamente, di aver coltivato e fatto crescere una squadra di giornalisti. Ragazzi che sono entrati in punta di piedi e che, attraverso il lavoro quotidiano, la dedizione e la sua guida, hanno saputo conquistarsi uno spazio e dimostrare il proprio valore. Li considerava, in qualche modo, i suoi fiori. Li aveva visti crescere, li aveva accompagnati, aveva trasmesso loro un metodo e una visione. E quei ragazzi, insieme, hanno contribuito a tenere alto il nome di Grandangolo, rendendolo una voce credibile, puntuale, riconoscibile. Un punto di riferimento per l’informazione in provincia, ma non soltanto. Un risultato che lo rendeva profondamente orgoglioso e che rappresenta oggi uno dei patrimoni più importanti che ci lascia. È da qui che dobbiamo ripartire. Dalla consapevolezza che una testata giornalistica non è soltanto il nome che porta, ma le persone che la animano, il lavoro che produce, la fiducia che riesce a conquistare giorno dopo giorno. È la capacità di esserci, di raccontare i fatti, di porre domande scomode, di non arretrare davanti alle difficoltà. È il dovere di mantenere uno sguardo libero e indipendente sulla realtà, anche quando farlo costa fatica. Mio padre ci ha insegnato che il giornalismo non può accontentarsi delle apparenze e che la credibilità non si proclama: si costruisce, notizia dopo notizia, attraverso la serietà, la precisione e il coraggio. Sono insegnamenti che non appartengono al passato e che non possono essere consegnati al ricordo. Devono continuare a vivere nel nostro lavoro, nelle scelte quotidiane, nel modo in cui raccontiamo il territorio e ci confrontiamo con chi lo abita. Non sarà facile. Sarebbe inutile nasconderlo. Il vuoto lasciato da mio padre è enorme e la responsabilità di raccoglierne il testimone è altrettanto grande. Ma so anche di non essere solo. C’è una redazione che lui ha contribuito a formare, un patrimonio di professionalità ed esperienza, una storia costruita nel tempo e una comunità di lettori che ha imparato a riconoscere in Grandangolo una voce affidabile. A tutti loro spetta una parte importante di questa nuova fase. La mia direzione non vuole essere una rottura, né il tentativo di riscrivere una storia che ha già trovato la propria identità. Al contrario, vuole rappresentare la volontà di custodirla e portarla avanti, con la responsabilità di chi sa quanto sia difficile costruire qualcosa di autentico e quanto sia facile, invece, disperderne il valore. Voglio continuare nel solco tracciato da mio padre. Non per vivere all’ombra di ciò che è stato, ma per fare in modo che il suo lavoro continui a dare frutti. Perché il suo nome resti legato non soltanto alla storia di Grandangolo, ma anche al futuro di una testata che ha ancora molto da raccontare. Oggi assumo questa direzione con il dolore di un figlio che ha perso suo padre, ma anche con la determinazione di chi sa di avere una responsabilità da onorare. Non prometto di essere come lui. Prometto di ricordare ogni giorno ciò che mi ha insegnato, di difendere ciò che ha costruito e di lavorare perché Grandangolo continui a essere ciò che lui ha voluto che fosse. Un giornale libero, credibile, capace di guardare la realtà senza abbassare gli occhi. È questo il modo in cui voglio raccogliere il suo testimone. Ed è questo il modo in cui voglio continuare a camminare nel suo solco.”

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