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L’operaio morto sul viadotto Morandi, depositata perizia: “Precipitato dal livello superiore”. Adesso tocca ai Ris

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“Arresto cardiocircolatorio conseguente a imponenti lesioni cranico-encefaliche da ricondurre a politrauma da precipitazione.” I consulenti tecnici del pubblico ministero hanno depositato una prima relazione sulla morte di Gerlando “Gino” Brucceri, l’operaio di 53 anni deceduto lo scorso 7 luglio all’interno del cantiere del viadotto Morandi di Agrigento. La perizia, a firma di Davide Giuseppe Albano e Francesco Amico, conferma un primo dato: “un evento traumatico ad alta energia conseguente a caduta dall’alto”. Nel documento – si legge – che non è stata riportata (ancora ndr) una misurazione metrica ma che tuttavia il corpo è stato rinvenuto due piani di ponteggio al di sotto del livello superiore del viadotto. I consulenti, dunque, mettono nero su bianco che a provocare la morte di Brucceri è stato il violento impatto e da un’altezza importante. Adesso resta da capire cosa abbia provocato la caduta che gli stessi specialisti, in questa prima consulenza, tendono a classificare come “fallers”, vale a dire non certamente una caduta volontaria.

Per fugare qualsiasi dubbio bisognerà attendere gli esiti di ulteriori accertamenti disposti dal gip Nicoletta Sciarratta che, proprio negli scorsi giorni, ha nominato gli ingegneri Cataldo Pilato e Filippo Maria Vitale ma soprattutto tre carabinieri del Ris – il Reparto Investigazioni Scientifiche – che dovranno effettuare il cosiddetto “bloodstain pattern analysis”, che consiste nell’esame delle tracce ematiche presenti sulla scena del crimine. L’indagine ipotizza il reato di omicidio colposo ed è contestato a 16 persone tra imprenditori, personale Anas e colleghi della vittima. Brucceri era impegnato nella manutenzione straordinaria dell’infrastruttura quando – per cause ancora in corso di accertamento – è deceduto. L’ipotesi iniziale di un malore fatale che non avrebbe lasciato scampo all’operaio (non ancora esclusa completamente ndr) lascia spazio ad eventuali altre ricostruzioni che sono al vaglio degli inquirenti. Per i pm agrigentini, infatti, ci sarebbe più di un’ombra su quanto accaduto in quel tragico pomeriggio di luglio sul ponte Morandi. Qualcosa, insomma, secondo i magistrati agrigentini non quadra. I dubbi sono legati principalmente ai “segni” che presentava il corpo della vittima ma anche ad alcuni elementi della scena in cui è avvenuto il rinvenimento. Per chi indaga è fondamentale capire, ad esempio, se c’è una compatibilità tra le lesioni riscontrate, la posizione del cadavere e qualsiasi altro elemento utile riconducibile ad una caduta accidentale. Nelle scorse settimana il pm Annalisa Failla ha affidato l’incarico al consulente Manolo Belmonte di estrapolare qualsiasi cosa di interesse investigativo dal cellulare della vittima, comprese chat e file eliminati. Un tipo di accertamento che lascia ipotizzare la direzione intrapresa dalla Procura di Agrigento. I familiari della vittima – genitori, fratelli, moglie e figli – sono rappresentati dagli avvocati Teres’Alba Raguccia e Rita Parla. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Santo Lucia, Leonardo Marino, Pasqua D’Azzo, Carmela Ruvolo, Marco Siracusa, Valerio Galassetti, Domenico e Vincenzo Russello, Ivan Trupia, Mario Antinucci, Massimiliano Fabio, Raimondo Fabrizio e Stefano Cappellu.

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