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L’addio a Emma Bonino anche da quella Sicilia che nel 1976 imparò ad affacciarsi

Quell'anno il Partito Radicale aveva scelto la strada più temeraria per presentarsi per la prima volta alle elezioni politiche: capolista tutte donne. Nel 1976 era una decisione che sapeva di provocazione, quasi di sfida al buon senso corrente. Lei, Emma Bonino, aveva ventotto anni, una laurea alla Bocconi con una tesi su Malcolm X e una tempra già forgiata dalle campagne sull'aborto e sui diritti civili.

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Ci sono immagini che raccontano una persona meglio di qualunque biografia. Per Emma Bonino, morta oggi a settantotto anni, quell’immagine non è un seggio a Montecitorio né un incarico in Europa. È una piazza siciliana, a Cefalù, nell’estate del 1976. Una piazza gremita di uomini in coppola, e attorno decine di finestre serrate dietro le quali le donne del paese ascoltavano senza farsi vedere.

È da lì che conviene partire per provare a mettere ordine in una vita che ha fatto di tutto per restare fuori dagli schemi.

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Quell’anno il Partito Radicale aveva scelto la strada più temeraria per presentarsi per la prima volta alle elezioni politiche: capolista tutte donne. Nel 1976 era una decisione che sapeva di provocazione, quasi di sfida al buon senso corrente. Lei, Emma Bonino, aveva ventotto anni, una laurea alla Bocconi con una tesi su Malcolm X e una tempra già forgiata dalle campagne sull’aborto e sui diritti civili.

Arrivò in Sicilia con Franco Roccella e Aldo Ajello, per un giro di comizi. E fu su quel palco di Cefalù, in uno scenario che non prometteva nulla di rassicurante, che accadde qualcosa destinato a restarle addosso per sempre.

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Lo raccontò più volte negli anni: quando le passarono la parola, davanti aveva una piazza compatta e nera di coppole, solo uomini. Ma alla fine del suo intervento le finestre cominciarono ad aprirsi una dopo l’altra, e le donne si affacciarono ad applaudire. Fu un gesto minimo e insieme rivoluzionario. Mentre gli uomini restavano immobili in strada, le donne, che fino a quel momento avevano ascoltato di nascosto, scelsero di mostrarsi.

Sarebbe un errore leggere quella scena come una cartolina. Fu, piuttosto, un momento fondativo. Lì la giovane militante radicale, che molti liquidavano come «quella che parla solo di aborto e sessualità», capì la reale portata della sua battaglia. La Sicilia, che l’immaginario collettivo dipingeva come conservatrice, impermeabile, immobile, le restituì un segnale opposto: dietro la facciata c’erano desideri di autonomia, di libertà, di parola.

Per Bonino l’isola non fu mai una semplice tappa geografica. Fu il suo battesimo politico, il luogo in cui la sua voce trovò risposte che non si aspettava. Da quel giorno nacque un’alleanza silenziosa che si sarebbe rinnovata negli anni, sui diritti civili, sulla laicità, sulle libertà individuali.

Ripercorrere la parabola di Emma Bonino significa attraversare decenni di storia repubblicana da una porta laterale: quella dei diritti che ancora non esistono e delle libertà che faticano a farsi riconoscere. Dalla legalizzazione dell’aborto all’impegno contro il commercio delle armi, dalla campagna contro le mutilazioni genitali femminili fino agli incarichi nelle istituzioni europee, la sua è stata una presenza costante e scomoda, una voce che nessuno è mai riuscito ad addomesticare.

Qualcosa di quella piazza siciliana è rimasto sempre nel suo metodo: parlare chiaro, rivolgersi a chi non ha voce, insistere anche quando sembrava inutile farlo.

Emma Bonino è stata molte cose insieme: politica, militante, europeista, attivista, simbolo di una laicità intransigente ma mai settaria. Soprattutto, è stata un ponte. Un modo di stare nella cosa pubblica che non costruisce muri, non teme i fischi e non smette di ricordare alle donne, in Sicilia come altrove, che nessuno ha il diritto di decidere al posto loro.

Nel suo ricordo resterà quella scena del 1976: le finestre che si spalancano su un’isola che, in fondo, quel gesto lo stava aspettando e una ragazza di ventotto anni che parlava senza tremare, scoprendo di non essere sola.

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